Magia di un Abbraccio –Percorsi di inclusione e rinascita
Fotografie di Federico Durante, testi di Alessandra Baduel, montaggio audio con la collaborazione di Flavio Durante
RENATO VENDITTI
“Le ho portato sotto casa un cuore di rose enorme con al centro un’orchidea – e nell’orchidea un bellissimo diamante. Lo ha preso e me l’ha tirato dietro, è finito in un tombino”. Renato se lo meritava, lo sapeva, l’aveva tradita alla vigilia delle nozze, ma cercava di recuperare quella vita normale che si era finalmente creato. Aveva 27 anni. Ora ne ha 53 e ci sta provando di nuovo. Arrestato nel 2020 per spaccio di cocaina e usura aggravata, ha passato questi anni nel carcere di Terni, ma dal 2023 è entrato nel programma della clinica veterinaria Tyrus Anicura, che è accanto alla casa circondariale. Merito della volontà del direttore della clinica Paolo Bargellini e della disponibilità del comandante Fabio Gallo. Ora lavora lì, in semilibertà. Nel marzo 2026 sarà del tutto libero.
Renato è nato a Cinecittà, borgata storica romana. Della sua infanzia ricorda i segni delle botte del padre sulla madre, tutte le sere. “Sono cresciuto su quella striscia grigia dove camminiamo tutti, la strada”. Fede politica a sinistra, fra il mito di Berlinguer e la fondazione del centro sociale Spartaco nel suo quartiere. Fede calcistica giallorossa con militanza storica nei Feddayn della curva sud della Roma. “Alle medie, ripetute più volte, già lavoravo dopo la scuola. A 13 anni ho cominciato a spacciare fumo. La cocaina, poi, lo spaccio intendo, mi ha portato fino aal traffico internazionale”. Ma a 21 anni è arrivata Lorena. Renato ha smesso di spacciare, è tornato al lavoro di edile, ha comprato casa. “La sera dell’addio al celibato, Lorena ha visto le luci in quella casa. È salita e mi ha trovato con la sua migliore amica”. Fine della vita normale. Renato si sposta a Terni, riprende lo spaccio. Arriva il carcere. “Ho il rimpianto di Barbara, però. Conosciuta qui, stava male, era depressa. Ero riuscito a farla stare meglio. Con l’arresto, è crollata, sta malissimo”. Renato adesso cura gli animali, aspetta la libertà completa – e ha sul braccio un enorme tatuaggio che dice: “Barbara”
RENATO: “Qui puoi ascoltarmi”
ASFA UILA
Sono 36 in tutto, con due allenatori. E dal 2017 formano la squadra ASFA UILA, Associazione sportiva football africano, organizzata dalla Uil Agricoltura a Viterbo. È cominciato tutto per caso, giocavano al campetto del centro di accoglienza nei momenti liberi dal lavoro. È diventata un’azione politica e sindacale in favore dei braccianti agricoli, normalmente sfruttati, sottopagati, con problemi di alloggio dovuti al razzismo, di documenti difficili da ottenere. Giocano nella terza categoria delle amichevoli e prima di ogni partita il sindacalista Uila, di solito Daniele Camilli, li presenta al pubblico con un breve discorso sui problemi della vita degli immigrati impiegati nel bracciantato: caporalato, difficoltà di inserimento, mancanza di diritti e di dignità. “Ad ogni partita – spiega Sekou Souleymane Diallo – facciamo le selezioni e portiamo 18 giocatori, per i cambi”. Aspirano alla serie A, ovviamente.
Qui di seguito, i 22 nomi di chi appare nella fotografia.
Aboulaye Sani, 37 anni, Togo, allenatore. Sekou Souleymaine Diallo, 27, Guinea, allenatore. Trawally Landing, 36, Gambia Mamah Ridwane, 26, Togo Abdu Kerim Tcharjobo, 39, Togo Ali Hussai, 29, Ghana Mamadou Alpha Diallo, 28, Guinea Arlem Goze Travail, 32, Costa d’Avorio Gnolou Guy Abraham, 23, Costa d’Avorio Boubacar Telly Lanzi Diallo, 29, Guinea Ibrahim Rindo Camara, 22, Guinea Yvane Romeo Zamble Bi Tah, 24, Costa d’Avorio Sekou Keita, 24, Mali Dylane Tankeu Kamga, 24, Camerun Joel Odianosen Aziba, 20, Nigeria Fodey Conteh, 27, Gambia Ibrahim Sako, 26, Costa d’Avorio Maman Mabrouk, 29, Benin Abdel Mayid Rahimi, 38, Marocco Christian Valere Mendouga Owono, 29, Camerun Ibrahima Sarge, 26, Gambia Mara Sissoko, 20, Mali Alvis Nino Awamba Dongno, 25, Camerun
MARIA TERESA ROCCHI
“L’anno prossimo sarò damigella al matrimonio della mia amica Lucia e sarò bella come al G7, molto elegante”. Anche a casa sua, a Bastia Umbra, quando Maria Teresa Rocchi, 44 anni, arriva in soggiorno, la stanza si illumina. “Hai visto il video? Era il 14 ottobre 2024 ad Assisi, il G7 Inclusione e Disabilità. Il presidente della Associazione dei down di Perugia, Ferdinando Valloni, mi ha scelta per andare a parlare e ho conosciuto la ministra, Alessandra Locatelli, che bella persona!”. Maria Teresa privilegia sempre i ricordi positivi, il primo con la madre Angela al parco giochi e al mare. “Sono figlia unica, felice”. Ma ci sono anche i ricordi brutti.
Il peggiore si chiama Laura: la bambina che maltrattava Maria Teresa al doposcuola della Cooperativa dell’’Ápe, a Bastia. “Mi prendeva il panino della merenda. E una volta mi ha trascinata in bagno tirandomi per i capelli, mi ha legato mani e piedi, mi sbatteva la testa contro il muro stringendomi il mento, sono rimasti i segni. Ma la cosa più brutta erano le parole: ’Sei una poco di buono, una nullità, una mongoloide’ – e picchiava”. A casa, la madre si è accorta dei segni. “Ha protestato. Le maestre tante volte non controllavano, parlavano fra loro. Da quel giorno non è più successo”. Maria Teresa aveva dieci anni.
Dopo la scuola, l’íscrizione all’Alberghiero: “Mi piace fare dolci”. Ma le cose che le piacciono sono molte di più: “Il lavoro all’asilo Santa Lucia qui a Bastia. Mi piace stare con i bambini, li accompagno in bagno, gli dò l’acqua, aiuto le bidelle. E mi piace il cavallo, scrivere al tabelet e al computer, palestra, stile libero in piscina. Il teatro a Perugia, le mie parti sono Anna Magnani, la giornalista e l’odalisca. Lo studio dei pianeti, la matematica, che mi attira molto”. E poi, il ballo.
Il mio sogno è fare Ballerina per una notte a Ballando con le stelle di Milly Carlucci. Vorrei tanto ballare un tango argentino con Simone Di Pasquale, è il mio idolo l?ho visto a Umbria Fiere… “.
MARIA TERESA: “Qui puoi ascoltarmi”
DANIEL
“Mi voglio tatuare una coccinella rossa. Una coccinella si è posata su mia nipote, figlia di cugini, era gialla e io voglio ricordare questo momento. Però a me piace il rosso”. Daniel ama certi dettagli. Ha lavorato molto, per goderseli. A 35 anni, vive a Perugia e da quando ne aveva 17 fa parte della Fondazione Città del Sole. Lavora come cameriere al ristorante della Fondazione, il “Numero Zero”, ma “solo dieci ore a settimana perché ho una diagnosi di leggero ritardo mentale e invalidità civile”. I suoi riferimenti adesso sono l’amico Lorenzo Benedetti e il consigliere comunale Lorenzo Ermenegildi. C’è anche l’associazione Omphalos, “perché lì riesco a essere me stesso”. E, da poco, Kevin: “Mi fa sentire libero di pensare con la mia testa”. Un difetto? “A Perugia non c’è il mare”.
A questa vita Daniel è arrivato dopo molte complicazioni. Nato da una mamma ventenne che presto lo ha dovuto dare in affido per problemi economici – “Con i genitori affidatari sono stato a Ponza, al mare, che bello!”, sottolinea. Ritornato con la madre dopo due anni, Daniel si è trovato a vivere con lei e la signora di cui mamma Rosa era diventata la badante, vicino Perugia. Le scuole non sono andate molto bene, è seguita una comunità per minori dove “all’inizio mi scontravo con tutti, poi mi sono ambientato” E gli scout, molto amati, infatti anche per questo motivo Daniel ama le coccinelle rosse, simbolo delle piccole guide. Dai 17 anni non ha più vissuto con la madre. “Mi arrabbiavo troppo”, spiega.
Di cose brutte, ci sono stati un paio di rapporti negativi. “Uno mi ha fatto davvero male. Diceva che ero grasso e io ho perso 30 chili in cinque mesi. Poi ne sono uscito e quella storia è finita”. Invece i cinque anni da Drag Queen sono stati divertenti. “Mimare, vestirsi con la parrucca e tutto il resto, scoprire la mia parte femminile, è stato bello”. E adesso, il mare continua a non essere a Perugia, ma c’è Kevin.
DANIEL: “Qui puoi ascoltarmi”
ASHA OMAR AHMED
“La mia forza sono state le donne somale come me, la volontà di aiutarle”. Asha Omar Ahmed ha 57 anni e vive con suo dispiacere fuori dalla Somalia, a Kampala, in Uganda, dove continua il suo lavoro di ginecologa e ricercatrice per il governo. “Nel 2023 sono dovuta fuggire dagli estremisti islamici, che mi minacciavano perché facevo come sempre il mio lavoro con le donne per la loro salute e prima di tutto per convincerle a non accettare più le mutilazioni dell’ínfibulazione, una tradizione del Corno d’Africa che il Corano non prevede”.
Ma Asha è fuggita dalla capitale Mogadiscio già nel 1991, a 23 anni, costretta con la sua famiglia alla fuga dalla guerra civile che aveva ucciso suo padre dietro l’angolo di casa. Gli altri sono andati a Londra ma lei, che già studiava Medicina all’università italo-somala, è venuta a Roma, dove si è specializzata in ginecologia, sempre pensando alle donne somale. È riuscita a tornare nel 2005, con un preziosissimo ecografo, per creare un primo centro materno-infantile a Mogadiscio. Da lì, tramite la radio, cercava di informare tutte le somale e indirizzarle dove potevano trovare aiuto. E girava il Paese, sempre minacciata dagli shabab e sotto scorta.
“Sono dovuta fuggire di nuovo nel 2007. I fondamentalisti erano diventatati troppo forti. In Italia ho ricevuto il premio Donna dell’anno ad Aosta e anche degli aiuti da portare in Somalia, dove sono tornata appena ho potuto”. Intanto Asha si era sposata con Abdulahi Ereg, vivevano accanto al contingente italiano che ancora era lì. Quasi ogni mattina, Asha partiva, con la scorta, per i suoi giri nei centri creati per le donne. Suo marito intanto era diventato vice governatore di Mogadiscio, in uno dei vari tentativi di riportare la normalità nel Paese. Il contingente dell’Unione africana ha sostituito gli europei una diecina di anni fa, ma nel 2023 è stato costretto a ritirarsi. “Il generale Keith non mi ha dato alternative: ’Tu adesso vieni con me’. Ma io spero sempre di tornare”.
ASHA: “Qui puoi ascoltarmi”
GILDA DEL GROSSO
“Voglio denunciare un caso di sfruttamento minorile e violenza fisica e psicologica che ho subìto da piccola. Con conseguenze: l’anoressia, poi superata, e un soffio al cuore che ho tuttora”. Gilda si è salvata quando il sindaco del suo paese l’ha proposta per il collegio “Stella Maris” delle Suore Serve di Maria Riparatrici a Maiori, per i bambini campani “bisognosi”. Lì scoprì l’esistenza del caffellatte e di tante altre cose. Ha raccontato la sua biografia ad Alessandra Baduel per l’associazione Vita di donna, presieduta dalla ginecologa Elisabetta Canitano. Quelli che seguono sono degli estratti.
Lì non dovevo lavorare! Una vera gioia. Avevo undici anni, era la mia prima esperienza fuori casa. Mangiavo tranquillamente, senza più nausee. Ancora ricordo la prima fetta di mortadella, che a Reino non c’era. Lì ero nata nel 1949, nelle campagne sannite. Eravamo poveri, i miei lavoravano la terra degli altri. Ho una sorella più grande con il lato destro semibloccato e difficoltà di parola. Paralisi cerebrale infantile.
Già a quattro anni, mi dovevo occupare di lei e di tutto, in casa. L’acqua da prendere alla fontana con i secchi: sette, otto viaggi. Noi due siamo sole per tutto il giorno. Scopo, rifaccio i letti. Accudisco gli animali. Per noi, a pranzo due fettine di pane, la mattina una sola. Ma per il maiale devo fare la zuppa di crusca e farina. Metto il pentolone con l’acqua nel camino. È pericoloso, ci sono bambini che si sono ustionati. La do ben freddata al maiale. Tante volte, lui si stufa e dà una musata alla ciotola, la zuppa cade. È difficile da pulire. Papà quando torna si accorge e mi riempie di calci e botte mentre grida che il mangiare costa. È capace di rompermi la sedia sulle reni. Ma le parole di mia madre fanno più male: ’Attento a non ammazzarla – gli dice – picchiala ma non dove puoi farle male davvero. Dalle i calci sul sedere, lì non si vede’. Quella era la cultura dell’epoca, purtroppo. Loro stessi erano cresciuti così”.
GILDA: “Qui puoi ascoltarmi”
JEAN PHILIPPE NTAMAK
“Vai dove ti porta la storia”: Jean Philippe Ntamak, 43 anni, parla del suo teatro, Human Beings di Danilo Cremonte. La cosa più bella dell’arrivo a Perugia dal Camerun. “Si parte da un gesto, ecco ora tu ti stai levando i capelli dagli occhi, e su quello io costruisco, cioè da lì nasce una storia”. Quel teatro, la scuola d’italiano, il centro di accoglienza, i lavori normali, ora al carico e scarico merci con la cooperativa Silt. Questa è la vita costruita a Perugia da Jean Philippe in nove anni.
Era sceso da un gommone sovraccarico il due settembre del 2016, al terzo tentativo, con il sedere ustionato dal tipico miscuglio di gasolio e acqua di mare che accompagna quei viaggi, insieme a molto altro che da decenni ormai si ripete sempre uguale. Ma non è questa la parte peggiore del viaggio dal Camerun di Jean Philippe, iniziato nel 2014, dopo la nascita di sua figlia Marie Luise, avuta con la compagna Clementine. La fuga con l’amico Paul era iniziata da ricercati: avevano partecipato alle proteste per i salari troppo bassi. Sono seguiti gli arresti e Jean Philippe si è nascosto, ma la polizia lo ha cercato a casa e così con Paul hanno deciso di passare la frontiera. Due moto, due carte d’identità e 10mila CFA Francs a testa (15 euro) per arrivare in Nigeria.
Sono passati due anni, prima di arrivare a Perugia. Niger, Benin, frontiere costose e altre impossibili da passare, il deserto con i tuareg. Libia infine. “Lavoravamo in un cantiere per fare i soldi per venire in Italia”. È così che Jean Philippe ha sperimentato il sequestro privato. “Oltre alle milizie, ci sono i tripolini che fanno da soli. Mi hanno rapito in strada e chiuso in una stanza con le sbarre alla finestra, eravamo in 14. Ti chiedevano di farti mandare i soldi da casa. Clementine diceva che non li aveva, giustamente. Ci facevano lavorare, eravamo i loro schiavi. Dopo sei mesi, per fortuna, mi hanno liberato”. Chissà dove è andato con i suoi gesti, Jean Philippe, quando ha recitato quella storia.
JEAN PHILIPPE: “Qui puoi ascoltarmi”
DIANA VALERIE
“Sto imparando a cavalcare l’onda – e a usare la creatività”. A 28 anni, Diana Valerie ha già vissuto più di una vita. La prima: “Nessun bel ricordo da zero a 18 anni”. Con un padre che la voleva maschio regolare, dedito solo a studio, famiglia, lavoro, con un futuro da laureato. E che usava le botte per cambiarlo. Ma Diana era così. “Cercavo di adeguarmi ma non funzionava”. A scuola, la bullizzazione, la fuga nel computer, unico rifugio, “ma a mio padre non andava bene neppure quello”.
La cosa migliore di quel periodo? “Al liceo, la filosofia, il greco, il latino: impari che c’è altro nella vita. Poi, il professore di quelle materie insegnava che la stravaganza va bene. Era stravagante pure lui, ci faceva imparare divertendoci”. Intanto la prima storia con una ragazza anche lei bullizzata, dai 16 ai 23 anni. Sono arrivati insieme a Perugia nel 2018. Diana aveva già tentato due percorsi universitari, Informatica e Lettere moderne, non finite. La storia si è conclusa male, con la ragazza.
Il Covid, il lock down,le fanno fare un balzo in avanti. “Ho riflettuto, ho capito di non essere mai stata uomo”. Dal 2020 Diana segue un percorso di transizione con l’ospedale Careggi a Firenze. Sono tre anni che prende ormoni. Intanto a Perugia segue una terapia per disturbo borderline e da stress post traumatico, legato al pessimo rapporto avuto con il padre. “Il coming out con mia madre e le sorelle è stato molto duro. Lui non sa nulla. Ho una piccola pensione di invalidità civile anche per problemi oculistici, ma ho ancora bisogno dei soldi di mia madre e questo non mi piace”.
La cosa bella invece è l’Omphalos, dove sono me stessa, e la vita da Drag Queen. Facciamo spettacoli politici, di presa di coscienza. Siamo in tre e io posso esprimere tutta la mia creatività, sono anche una Make up artist professionista, mi piace molto”. Nuove onde.
DIANA VALERIE: “Qui puoi ascoltarmi”
LUCIA
“Scusate la mia diversità”. Parrucca, trucco, tutto perfetto, una domenica del 2020, in pieno Covid, Luca è apparso sul suo profilo Facebook come Lucia. Aveva 47 anni di doppia vita alle spalle, iniziati infilandosi le decolleté rosse della mamma. “Il Covid mi ha fatto pensare alla scritta finale del mio nome se per caso la malattia mi avesse uccisa. Muoio come Luca, o come Lucia? E ho deciso: dovevo essere me stessa. Gli amici suggerivano di cancellare, gli altri insultavano, ma era fatta. E nel 2023 ho cambiato i documenti”.
Alle spalle Lucia si è lasciata una vita complicata fin dall’inizio, con una famiglia del sud in cui i soldi del buon lavoro del nonno erano finiti e “certi giorni a casa non si mangiava nulla”. A otto, nove anni, Luca già portava i soldi a casa, lavorando dopo la scuola. “A quella stessa età ho cominciato a cercare i maschi, uomini grandi, di anche venti anni più di me. Non per soldi, no: era solo sesso e mi piaceva”. Presa la patente, Luca ha cominciato a fare l’autista per la madre, che intanto aveva ricevuto dei soldi imprevisti. Ma poi lei è morta: “Avevo una ragazza, mi stavo adeguando, mi davano della ricchiona, non lo reggevo. Morta mamma, mi sono aggrappata a lei”.
E Luca è diventato camionista. Dopo la prima storia, ha trovato una fidanzata, si è sposato. “Per quattordici anni, la vera vita era lei. La settimana, in giro con il camion, mi divertivo con i maschi. Sabato e domenica ero a casa, i rapporti anche fisici erano buoni, tutto andava bene. Per fortuna non posso avere figli. Gli ultimi anni, l’amore è scemato. Ci siamo lasciati nel 2004”.
Trasferito a nord, Luca ha affrontato la disoccupazione: “Per otto mesi mi sono prostituita come trans, per mangiare”. Finita la crisi, è arrivato a Perugia nel 2017, sempre camionista. Ma poi il Covid ha cambiato tutto. “Dopo la mia dichiarazione, ho trovato Omphalos. Ho perso il lavoro con i camion ma ne ho trovato uno come cameriera d’albergo. E ora sono me stessa”.
LUCIA: “Qui potete ascoltarmi”
MATTEO
“Ama i Pokémon e fra loro Pikachu. Cinque anni fa diceva unicamente ’tutto bene’. Oggi vive da solo, cucina, accoglie”. Ce lo racconta Rosa Santoro, operatrice del Centro Atlas di Perugia. “Ha scelto il suo posto nel mondo. È luminoso e sorridente come il ’suo’ colore: il giallo del sole, della gioia, della luce che spinge via il buio. Ma soprattutto di Pikachu. Per lui io sono Sunflora, un girasole. E lui è Pikachu. Scintilla di vita, gentilezza e forza.
È arrivato al Centro Atlas di Perugia con poche parole, ma con occhi grandi, pieni di vita, di domande e di tempesta. Un ragazzo neurodivergente di 24 anni con un grande cuore, un sorriso che ti accompagna nel suo mondo, fatto di colori accesi, emozioni forti e avventure straordinarie.
Sono proprio i Pokémon ad essere diventati la nostra grammatica emozionale. Ogni Pokémon, nel mondo di Matteo, rappresenta una persona: amici, familiari, terapeuti. Quando è arrivato le sue parole erano tutte concentrate in poche espressioni: “tutto bene”, “ok”, “benissimo”. Un filtro per contenere la rabbia che si portava dentro, grande, perché la scuola era finita, e il futuro era una nebbia spessa. Attraverso l’arteterapia abbiamo lavorato a lungo – con colori, immagini, narrazioni simboliche. Soprattutto con i Pokémon, i suoi messaggeri. Abbiamo attraversato insieme i territori della rabbia, della tristezza, della paura, ma anche quelli della gioia, della scoperta, del desiderio. Matteo ha imparato a riconoscere le sue emozioni, a nominarle, a gestirle. Ha iniziato a raccontarsi, a parlare, a fidarsi.
Il passo più grande è arrivato negli ultimi mesi: la casa tutta sua. La sua indipendenza, finalmente reale. Certo, qualche momento di solitudine arriva – come succede a tutti – ma lui, come sempre, sceglie di guardare la vita in positivo, con quello sguardo da Pikachu: tenero, elettrico, pieno di luce. E io, che ho avuto il privilegio di accompagnarlo in questo viaggio, porto con me un po’ del suo giallo. Quello che illumina”.
MATTEO: “Qui puoi ascotarmi”
Nato a Roma, ha scoperto presto che ci mettevo di più a imparare”. Ma è stato accolto da “Scuola aperta”: una delle prime in città per persone con bisogni particolari. Tempo pieno e stesse materie delle altre, con Maurizio molto bravo ad imparare tutte le poesie a memoria. Finite le scuole, è arrivata la diagnosi. Maurizio spiega: “Invalido civile con disturbo di prestazione. E una clausola aggiungeva: non può lavorare perché pericoloso a sé, agli altri e alla struttura. Il problema era quella clausola”.
Dopo un corso di elettricista e radiotecnico, Maurizio ha comunque “aiutato” in un negozio di conoscenti, ma poi, per via della clausola, nessuno lo assumeva. Suo fratello Giovanni però frequentava Sant’Egidio. “Il problema della clausola lo ha risolto Giuseppe Di Pompeo, uno dei fondatori, insieme a me, della Cooperativa Pulcinella che faceva panini. Eravamo in via della Paglia con Pane, amore e fantasia . Poi ci siamo trasferiti, ma solo nel 2001, con Veltroni sindaco, abbiamo avuto la licenza per cucinare. È venuto lui a portarcela e l’ha data a me”. Ora “con questo anno sono 33 quelli che ho passato qui”.
La cosa più bella, oltre alla trattoria? “I disegni. Mi piace molto disegnare e ho fatto varie opere, anche con l’artista italo brasiliano Cesar Meneghetti per il progetto “Io è un altro”.
MAURIZIO: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista e audio
MATTEO
“Ama i Pokémon e fra loro Pikachu. Cinque anni fa diceva unicamente ’tutto bene’. Oggi vive da solo, cucina, accoglie”. Ce lo racconta Rosa Santoro, operatrice del Centro Atlas di Perugia. “Ha scelto il suo posto nel mondo. È luminoso e sorridente come il ’suo’ colore: il giallo del sole, della gioia, della luce che spinge via il buio. Ma soprattutto di Pikachu. Per lui io sono Sunflora, un girasole. E lui è Pikachu. Scintilla di vita, gentilezza e forza.
È arrivato al Centro Atlas di Perugia con poche parole, ma con occhi grandi, pieni di vita, di domande e di tempesta. Un ragazzo neurodivergente di 24 anni con un grande cuore, un sorriso che ti accompagna nel suo mondo, fatto di colori accesi, emozioni forti e avventure straordinarie.
Sono proprio i Pokémon ad essere diventati la nostra grammatica emozionale. Ogni Pokémon, nel mondo di Matteo, rappresenta una persona: amici, familiari, terapeuti. Quando è arrivato le sue parole erano tutte concentrate in poche espressioni: “tutto bene”, “ok”, “benissimo”. Un filtro per contenere la rabbia che si portava dentro, grande, perché la scuola era finita, e il futuro era una nebbia spessa. Attraverso l’arteterapia abbiamo lavorato a lungo – con colori, immagini, narrazioni simboliche. Soprattutto con i Pokémon, i suoi messaggeri. Abbiamo attraversato insieme i territori della rabbia, della tristezza, della paura, ma anche quelli della gioia, della scoperta, del desiderio. Matteo ha imparato a riconoscere le sue emozioni, a nominarle, a gestirle. Ha iniziato a raccontarsi, a parlare, a fidarsi.
Il passo più grande è arrivato negli ultimi mesi: la casa tutta sua. La sua indipendenza, finalmente reale. Certo, qualche momento di solitudine arriva – come succede a tutti – ma lui, come sempre, sceglie di guardare la vita in positivo, con quello sguardo da Pikachu: tenero, elettrico, pieno di luce. E io, che ho avuto il privilegio di accompagnarlo in questo viaggio, porto con me un po’ del suo giallo. Quello che illumina”.
MATTEO: “Qui puoi ascotarmi”
Intervista e audio
MAURIZIO VALENTINI
“Ne vado così fiero che penso: di posti come questo, ce ne dovrebbero essere in ogni città. Noi infatti distribuiamo il bollino Valgo anch’io a ogni ristorante con le stesse caratteristiche”. Maurizio Valentini, 62 anni, è fra i soci fondatori, con la Comunità di Sant’Egidio, della Cooperativa Pulcinella, da cui poi è nata la Trattoria degli amici proprio di fronte alla sede della Comunità, al centro di Trastevere, a Roma. “Posti come questo” vuol dire luoghi dove lavorano disabili e Maurizio è uno dei camerieri oltre che sommelier. “Astemio, ma studio e mi documento”, precisa.
Nato a Roma, ha scoperto presto che ci mettevo di più a imparare”. Ma è stato accolto da “Scuola aperta”: una delle prime in città per persone con bisogni particolari. Tempo pieno e stesse materie delle altre, con Maurizio molto bravo ad imparare tutte le poesie a memoria. Finite le scuole, è arrivata la diagnosi. Maurizio spiega: “Invalido civile con disturbo di prestazione. E una clausola aggiungeva: non può lavorare perché pericoloso a sé, agli altri e alla struttura. Il problema era quella clausola”.
Dopo un corso di elettricista e radiotecnico, Maurizio ha comunque “aiutato” in un negozio di conoscenti, ma poi, per via della clausola, nessuno lo assumeva. Suo fratello Giovanni però frequentava Sant’Egidio. “Il problema della clausola lo ha risolto Giuseppe Di Pompeo, uno dei fondatori, insieme a me, della Cooperativa Pulcinella che faceva panini. Eravamo in via della Paglia con Pane, amore e fantasia . Poi ci siamo trasferiti, ma solo nel 2001, con Veltroni sindaco, abbiamo avuto la licenza per cucinare. È venuto lui a portarcela e l’ha data a me”. Ora “con questo anno sono 33 quelli che ho passato qui”.
La cosa più bella, oltre alla trattoria? “I disegni. Mi piace molto disegnare e ho fatto varie opere, anche con l’artista italo brasiliano Cesar Meneghetti per il progetto “Io è un altro”.
MAURIZIO: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista e audio
JEAN PHILIPPE NTAMAK
“Vai dove ti porta la storia”: Jean Philippe Ntamak, 43 anni, parla del suo teatro, Human Beings di Danilo Cremonte. La cosa più bella dell’arrivo a Perugia dal Camerun. “Si parte da un gesto, ecco ora tu ti stai levando i capelli dagli occhi, e su quello io costruisco, cioè da lì nasce una storia”. Quel teatro, la scuola d’italiano, il centro di accoglienza, i lavori normali, ora al carico e scarico merci con la cooperativa Silt. Questa è la vita costruita a Perugia da Jean Philippe in nove anni.
Era sceso da un gommone sovraccarico il due settembre del 2016, al terzo tentativo, con il sedere ustionato dal tipico miscuglio di gasolio e acqua di mare che accompagna quei viaggi, insieme a molto altro che da decenni ormai si ripete sempre uguale. Ma non è questa la parte peggiore del viaggio dal Camerun di Jean Philippe, iniziato nel 2014, dopo la nascita di sua figlia Marie Luise, avuta con la compagna Clementine. La fuga con l’amico Paul era iniziata da ricercati: avevano partecipato alle proteste per i salari troppo bassi. Sono seguiti gli arresti e Jean Philippe si è nascosto, ma la polizia lo ha cercato a casa e così con Paul hanno deciso di passare la frontiera. Due moto, due carte d’identità e 10mila CFA Francs a testa (15 euro) per arrivare in Nigeria.
Sono passati due anni, prima di arrivare a Perugia. Niger, Benin, frontiere costose e altre impossibili da passare, il deserto con i tuareg. Libia infine. “Lavoravamo in un cantiere per fare i soldi per venire in Italia”. È così che Jean Philippe ha sperimentato il sequestro privato. “Oltre alle milizie, ci sono i tripolini che fanno da soli. Mi hanno rapito in strada e chiuso in una stanza con le sbarre alla finestra, eravamo in 14. Ti chiedevano di farti mandare i soldi da casa. Clementine diceva che non li aveva, giustamente. Ci facevano lavorare, eravamo i loro schiavi. Dopo sei mesi, per fortuna, mi hanno liberato”. Chissà dove è andato con i suoi gesti, Jean Philippe, quando ha recitato quella storia.
JEAN PHILIPPE: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista e audio
ASHA OMAR AHMED
“La mia forza sono state le donne somale come me, la volontà di aiutarle”. Asha Omar Ahmed ha 57 anni e vive con suo dispiacere fuori dalla Somalia, a Kampala, in Uganda, dove continua il suo lavoro di ginecologa e ricercatrice per il governo. “Nel 2023 sono dovuta fuggire dagli estremisti islamici, che mi minacciavano perché facevo come sempre il mio lavoro con le donne per la loro salute e prima di tutto per convincerle a non accettare più le mutilazioni dell’ínfibulazione, una tradizione del Corno d’Africa che il Corano non prevede”.
Ma Asha è fuggita dalla capitale Mogadiscio già nel 1991, a 23 anni, costretta con la sua famiglia alla fuga dalla guerra civile che aveva ucciso suo padre dietro l’angolo di casa. Gli altri sono andati a Londra ma lei, che già studiava Medicina all’università italo-somala, è venuta a Roma, dove si è specializzata in ginecologia, sempre pensando alle donne somale. È riuscita a tornare nel 2005, con un preziosissimo ecografo, per creare un primo centro materno-infantile a Mogadiscio. Da lì, tramite la radio, cercava di informare tutte le somale e indirizzarle dove potevano trovare aiuto. E girava il Paese, sempre minacciata dagli shabab e sotto scorta.
“Sono dovuta fuggire di nuovo nel 2007. I fondamentalisti erano diventatati troppo forti. In Italia ho ricevuto il premio Donna dell’anno ad Aosta e anche degli aiuti da portare in Somalia, dove sono tornata appena ho potuto”. Intanto Asha si era sposata con Abdulahi Ereg, vivevano accanto al contingente italiano che ancora era lì. Quasi ogni mattina, Asha partiva, con la scorta, per i suoi giri nei centri creati per le donne. Suo marito intanto era diventato vice governatore di Mogadiscio, in uno dei vari tentativi di riportare la normalità nel Paese. Il contingente dell’Unione africana ha sostituito gli europei una diecina di anni fa, ma nel 2023 è stato costretto a ritirarsi. “Il generale Keith non mi ha dato alternative: ’Tu adesso vieni con me’. Ma io spero sempre di tornare”.
ASHA: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista e audio
LUCIA
“Scusate la mia diversità”. Parrucca, trucco, tutto perfetto, una domenica del 2020, in pieno Covid, Luca è apparso sul suo profilo Facebook come Lucia. Aveva 47 anni di doppia vita alle spalle, iniziati infilandosi le decolleté rosse della mamma. “Il Covid mi ha fatto pensare alla scritta finale del mio nome se per caso la malattia mi avesse uccisa. Muoio come Luca, o come Lucia? E ho deciso: dovevo essere me stessa. Gli amici suggerivano di cancellare, gli altri insultavano, ma era fatta. E nel 2023 ho cambiato i documenti”.
Alle spalle Lucia si è lasciata una vita complicata fin dall’inizio, con una famiglia del sud in cui i soldi del buon lavoro del nonno erano finiti e “certi giorni a casa non si mangiava nulla”. A otto, nove anni, Luca già portava i soldi a casa, lavorando dopo la scuola. “A quella stessa età ho cominciato a cercare i maschi, uomini grandi, di anche venti anni più di me. Non per soldi, no: era solo sesso e mi piaceva”. Presa la patente, Luca ha cominciato a fare l’autista per la madre, che intanto aveva ricevuto dei soldi imprevisti. Ma poi lei è morta: “Avevo una ragazza, mi stavo adeguando, mi davano della ricchiona, non lo reggevo. Morta mamma, mi sono aggrappata a lei”.
E Luca è diventato camionista. Dopo la prima storia, ha trovato una fidanzata, si è sposato. “Per quattordici anni, la vera vita era lei. La settimana, in giro con il camion, mi divertivo con i maschi. Sabato e domenica ero a casa, i rapporti anche fisici erano buoni, tutto andava bene. Per fortuna non posso avere figli. Gli ultimi anni, l’amore è scemato. Ci siamo lasciati nel 2004”.
Trasferito a nord, Luca ha affrontato la disoccupazione: “Per otto mesi mi sono prostituita come trans, per mangiare”. Finita la crisi, è arrivato a Perugia nel 2017, sempre camionista. Ma poi il Covid ha cambiato tutto. “Dopo la mia dichiarazione, ho trovato Omphalos. Ho perso il lavoro con i camion ma ne ho trovato uno come cameriera d’albergo. E ora sono me stessa”.
LUCIA: “Qui potete ascoltarmi”
Intervista e audio
GILDA DEL GROSSO
“Voglio denunciare un caso di sfruttamento minorile e violenza fisica e psicologica che ho subìto da piccola. Con conseguenze: l’anoressia, poi superata, e un soffio al cuore che ho tuttora”. Gilda si è salvata quando il sindaco del suo paese l’ha proposta per il collegio “Stella Maris” delle Suore Serve di Maria Riparatrici a Maiori, per i bambini campani “bisognosi”. Lì scoprì l’esistenza del caffellatte e di tante altre cose. Ha raccontato la sua biografia ad Alessandra Baduel per l’associazione Vita di donna, presieduta dalla ginecologa Elisabetta Canitano. Quelli che seguono sono degli estratti.
Lì non dovevo lavorare! Una vera gioia. Avevo undici anni, era la mia prima esperienza fuori casa. Mangiavo tranquillamente, senza più nausee. Ancora ricordo la prima fetta di mortadella, che a Reino non c’era. Lì ero nata nel 1949, nelle campagne sannite. Eravamo poveri, i miei lavoravano la terra degli altri. Ho una sorella più grande con il lato destro semibloccato e difficoltà di parola. Paralisi cerebrale infantile.
Già a quattro anni, mi dovevo occupare di lei e di tutto, in casa. L’acqua da prendere alla fontana con i secchi: sette, otto viaggi. Noi due siamo sole per tutto il giorno. Scopo, rifaccio i letti. Accudisco gli animali. Per noi, a pranzo due fettine di pane, la mattina una sola. Ma per il maiale devo fare la zuppa di crusca e farina. Metto il pentolone con l’acqua nel camino. È pericoloso, ci sono bambini che si sono ustionati. La do ben freddata al maiale. Tante volte, lui si stufa e dà una musata alla ciotola, la zuppa cade. È difficile da pulire. Papà quando torna si accorge e mi riempie di calci e botte mentre grida che il mangiare costa. È capace di rompermi la sedia sulle reni. Ma le parole di mia madre fanno più male: ’Attento a non ammazzarla – gli dice – picchiala ma non dove puoi farle male davvero. Dalle i calci sul sedere, lì non si vede’. Quella era la cultura dell’epoca, purtroppo. Loro stessi erano cresciuti così”.
GILDA: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista e audio
MARIA TERESA ROCCHI
“L’anno prossimo sarò damigella al matrimonio della mia amica Lucia e sarò bella come al G7, molto elegante”. Anche a casa sua, a Bastia Umbra, quando Maria Teresa Rocchi, 44 anni, arriva in soggiorno, la stanza si illumina. “Hai visto il video? Era il 14 ottobre 2024 ad Assisi, il G7 Inclusione e Disabilità. Il presidente della Associazione dei down di Perugia, Ferdinando Valloni, mi ha scelta per andare a parlare e ho conosciuto la ministra, Alessandra Locatelli, che bella persona!”. Maria Teresa privilegia sempre i ricordi positivi, il primo con la madre Angela al parco giochi e al mare. “Sono figlia unica, felice”. Ma ci sono anche i ricordi brutti.
Il peggiore si chiama Laura: la bambina che maltrattava Maria Teresa al doposcuola della Cooperativa dell’’Ápe, a Bastia. “Mi prendeva il panino della merenda. E una volta mi ha trascinata in bagno tirandomi per i capelli, mi ha legato mani e piedi, mi sbatteva la testa contro il muro stringendomi il mento, sono rimasti i segni. Ma la cosa più brutta erano le parole: ’Sei una poco di buono, una nullità, una mongoloide’ – e picchiava”. A casa, la madre si è accorta dei segni. “Ha protestato. Le maestre tante volte non controllavano, parlavano fra loro. Da quel giorno non è più successo”. Maria Teresa aveva dieci anni.
Dopo la scuola, l’íscrizione all’Alberghiero: “Mi piace fare dolci”. Ma le cose che le piacciono sono molte di più: “Il lavoro all’asilo Santa Lucia qui a Bastia. Mi piace stare con i bambini, li accompagno in bagno, gli dò l’acqua, aiuto le bidelle. E mi piace il cavallo, scrivere al tabelet e al computer, palestra, stile libero in piscina. Il teatro a Perugia, le mie parti sono Anna Magnani, la giornalista e l’odalisca. Lo studio dei pianeti, la matematica, che mi attira molto”. E poi, il ballo.
Il mio sogno è fare Ballerina per una notte a Ballando con le stelle di Milly Carlucci. Vorrei tanto ballare un tango argentino con Simone Di Pasquale, è il mio idolo l?ho visto a Umbria Fiere… “.
MARIA TERESA: “Qui puoi ascoltarmi”
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DANIEL
“Mi voglio tatuare una coccinella rossa. Una coccinella si è posata su mia nipote, figlia di cugini, era gialla e io voglio ricordare questo momento. Però a me piace il rosso”. Daniel ama certi dettagli. Ha lavorato molto, per goderseli. A 35 anni, vive a Perugia e da quando ne aveva 17 fa parte della Fondazione Città del Sole. Lavora come cameriere al ristorante della Fondazione, il “Numero Zero”, ma “solo dieci ore a settimana perché ho una diagnosi di leggero ritardo mentale e invalidità civile”. I suoi riferimenti adesso sono l’amico Lorenzo Benedetti e il consigliere comunale Lorenzo Ermenegildi. C’è anche l’associazione Omphalos, “perché lì riesco a essere me stesso”. E, da poco, Kevin: “Mi fa sentire libero di pensare con la mia testa”. Un difetto? “A Perugia non c’è il mare”.
A questa vita Daniel è arrivato dopo molte complicazioni. Nato da una mamma ventenne che presto lo ha dovuto dare in affido per problemi economici – “Con i genitori affidatari sono stato a Ponza, al mare, che bello!”, sottolinea. Ritornato con la madre dopo due anni, Daniel si è trovato a vivere con lei e la signora di cui mamma Rosa era diventata la badante, vicino Perugia. Le scuole non sono andate molto bene, è seguita una comunità per minori dove “all’inizio mi scontravo con tutti, poi mi sono ambientato” E gli scout, molto amati, infatti anche per questo motivo Daniel ama le coccinelle rosse, simbolo delle piccole guide. Dai 17 anni non ha più vissuto con la madre. “Mi arrabbiavo troppo”, spiega.
Di cose brutte, ci sono stati un paio di rapporti negativi. “Uno mi ha fatto davvero male. Diceva che ero grasso e io ho perso 30 chili in cinque mesi. Poi ne sono uscito e quella storia è finita”. Invece i cinque anni da Drag Queen sono stati divertenti. “Mimare, vestirsi con la parrucca e tutto il resto, scoprire la mia parte femminile, è stato bello”. E adesso, il mare continua a non essere a Perugia, ma c’è Kevin.
DANIEL: “Qui puoi ascoltarmi”
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RENATO VENDITTI
“Le ho portato sotto casa un cuore di rose enorme con al centro un’orchidea – e nell’orchidea un bellissimo diamante. Lo ha preso e me l’ha tirato dietro, è finito in un tombino”. Renato se lo meritava, lo sapeva, l’aveva tradita alla vigilia delle nozze, ma cercava di recuperare quella vita normale che si era finalmente creato. Aveva 27 anni. Ora ne ha 53 e ci sta provando di nuovo. Arrestato nel 2020 per spaccio di cocaina e usura aggravata, ha passato questi anni nel carcere di Terni, ma dal 2023 è entrato nel programma della clinica veterinaria Tyrus Anicura, che è accanto alla casa circondariale. Merito della volontà del direttore della clinica Paolo Bargellini e della disponibilità del comandante Fabio Gallo. Ora lavora lì, in semilibertà. Nel marzo 2026 sarà del tutto libero.
Renato è nato a Cinecittà, borgata storica romana. Della sua infanzia ricorda i segni delle botte del padre sulla madre, tutte le sere. “Sono cresciuto su quella striscia grigia dove camminiamo tutti, la strada”. Fede politica a sinistra, fra il mito di Berlinguer e la fondazione del centro sociale Spartaco nel suo quartiere. Fede calcistica giallorossa con militanza storica nei Feddayn della curva sud della Roma. “Alle medie, ripetute più volte, già lavoravo dopo la scuola. A 13 anni ho cominciato a spacciare fumo. La cocaina, poi, lo spaccio intendo, mi ha portato fino aal traffico internazionale”. Ma a 21 anni è arrivata Lorena. Renato ha smesso di spacciare, è tornato al lavoro di edile, ha comprato casa. “La sera dell’addio al celibato, Lorena ha visto le luci in quella casa. È salita e mi ha trovato con la sua migliore amica”. Fine della vita normale. Renato si sposta a Terni, riprende lo spaccio. Arriva il carcere. “Ho il rimpianto di Barbara, però. Conosciuta qui, stava male, era depressa. Ero riuscito a farla stare meglio. Con l’arresto, è crollata, sta malissimo”. Renato adesso cura gli animali, aspetta la libertà completa – e ha sul braccio un enorme tatuaggio che dice: “Barbara”
RENATO: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista e audio
DIANA VALERIE
“Sto imparando a cavalcare l’onda – e a usare la creatività”. A 28 anni, Diana Valerie ha già vissuto più di una vita. La prima: “Nessun bel ricordo da zero a 18 anni”. Con un padre che la voleva maschio regolare, dedito solo a studio, famiglia, lavoro, con un futuro da laureato. E che usava le botte per cambiarlo. Ma Diana era così. “Cercavo di adeguarmi ma non funzionava”. A scuola, la bullizzazione, la fuga nel computer, unico rifugio, “ma a mio padre non andava bene neppure quello”.
La cosa migliore di quel periodo? “Al liceo, la filosofia, il greco, il latino: impari che c’è altro nella vita. Poi, il professore di quelle materie insegnava che la stravaganza va bene. Era stravagante pure lui, ci faceva imparare divertendoci”. Intanto la prima storia con una ragazza anche lei bullizzata, dai 16 ai 23 anni. Sono arrivati insieme a Perugia nel 2018. Diana aveva già tentato due percorsi universitari, Informatica e Lettere moderne, non finite. La storia si è conclusa male, con la ragazza.
Il Covid, il lock down,le fanno fare un balzo in avanti. “Ho riflettuto, ho capito di non essere mai stata uomo”. Dal 2020 Diana segue un percorso di transizione con l’ospedale Careggi a Firenze. Sono tre anni che prende ormoni. Intanto a Perugia segue una terapia per disturbo borderline e da stress post traumatico, legato al pessimo rapporto avuto con il padre. “Il coming out con mia madre e le sorelle è stato molto duro. Lui non sa nulla. Ho una piccola pensione di invalidità civile anche per problemi oculistici, ma ho ancora bisogno dei soldi di mia madre e questo non mi piace”.
La cosa bella invece è l’Omphalos, dove sono me stessa, e la vita da Drag Queen. Facciamo spettacoli politici, di presa di coscienza. Siamo in tre e io posso esprimere tutta la mia creatività, sono anche una Make up artist professionista, mi piace molto”. Nuove onde.
DIANA VALERIE: “Qui puoi ascoltarmi”
Intervista
ASFA UILA
Sono 36 in tutto, con due allenatori. E dal 2017 formano la squadra ASFA UILA, Associazione sportiva football africano, organizzata dalla Uil Agricoltura a Viterbo. È cominciato tutto per caso, giocavano al campetto del centro di accoglienza nei momenti liberi dal lavoro. È diventata un’azione politica e sindacale in favore dei braccianti agricoli, normalmente sfruttati, sottopagati, con problemi di alloggio dovuti al razzismo, di documenti difficili da ottenere. Giocano nella terza categoria delle amichevoli e prima di ogni partita il sindacalista Uila, di solito Daniele Camilli, li presenta al pubblico con un breve discorso sui problemi della vita degli immigrati impiegati nel bracciantato: caporalato, difficoltà di inserimento, mancanza di diritti e di dignità. “Ad ogni partita – spiega Sekou Souleymane Diallo – facciamo le selezioni e portiamo 18 giocatori, per i cambi”. Aspirano alla serie A, ovviamente.
Qui di seguito, i 22 nomi di chi appare nella fotografia.
Aboulaye Sani, 37 anni, Togo, allenatore. Sekou Souleymaine Diallo, 27, Guinea, allenatore. Trawally Landing, 36, Gambia Mamah Ridwane, 26, Togo Abdu Kerim Tcharjobo, 39, Togo Ali Hussai, 29, Ghana Mamadou Alpha Diallo, 28, Guinea Arlem Goze Travail, 32, Costa d’Avorio Gnolou Guy Abraham, 23, Costa d’Avorio Boubacar Telly Lanzi Diallo, 29, Guinea Ibrahim Rindo Camara, 22, Guinea Yvane Romeo Zamble Bi Tah, 24, Costa d’Avorio Sekou Keita, 24, Mali Dylane Tankeu Kamga, 24, Camerun Joel Odianosen Aziba, 20, Nigeria Fodey Conteh, 27, Gambia Ibrahim Sako, 26, Costa d’Avorio Maman Mabrouk, 29, Benin Abdel Mayid Rahimi, 38, Marocco Christian Valere Mendouga Owono, 29, Camerun Ibrahima Sarge, 26, Gambia Mara Sissoko, 20, Mali Alvis Nino Awamba Dongno, 25, Camerun